Transizione 5.0 - Il nuovo paradigma

Il nuovo paradigma produttivo rappresenta un completamento di Industria 4.0 che punta sulla sostenibilità e sulla resilienza.

Produrre utilizzando le tecnologie di ultimissima generazione ma includendo anche tutte le problematiche socio-ambientali chela quarta rivoluzione industriale ha lasciato insolute. A partire dell’aumento delle disuguaglianze, l’inquinamento, le minacce aidiritti fondamentali della persona e alla democrazia. Definita dalla Commissione Europea un “completamento dell’industria 4.0”, Industria 5.0 è una rivoluzione culturale che ricolloca l’industria nella contemporaneità in cui agisce.

Rispetto a Industria 4.0, l’Industria 5.0 è una Collaborative Industry, ossia un modello di impresa caratterizzato dalla cooperazione tra macchine ed esseri umani, con il fine ultimo di dare un valore aggiunto alla produzione creando prodotti personalizzati che rispettino le esigenze dei consumatori e anche l’ambiente.

Si tratta di un’evoluzione naturale dell’Industria 4.0 e si basa sullo sviluppo a ritmi serrati di tecnologie 4.0 sempre più potenti, in particolare nei settori dell’ICT, AI e robotica, che stanno portando alla realizzazione di Cyber Physical System (Cps) e dispositivi IoT sempre più potenti.

Secondo la visione dell’Unione Europea, “Industria 5.0 è in grado di apportare benefici all’industria, ai lavoratori e alla società”, si legge nel paper della Commissione “Industry 5.0: verso una industria europea sostenibile, human centric e resiliente”.

Il passaggio è stato reso tecnicamente necessario dall’opportunità (per non dire necessità) di attingere le risorse da RepowerEU, il piano della Commissione europea originariamente formulato nel maggio del 2022 per rispondere all’invasione dell’Ucraina, rendendo l’Europa indipendente dai combustibili fossili russi e accelerando la transizione ecologica.

Ma del paradigma 5.0 si parla a livello internazionale già da alcuni anni, specie dopo che fu introdotto il concetto di Società 5.0 in Giappone dalla più importante associazione di imprese, Keidanren, nel 2016, a indicare un modello che cerca di tenere insieme lo sviluppo economico con la soluzione di problemi sociali e ambientali.

 

E stato però uno studio della Commissione europea, apparso all’inizio del 2021, Industry 5.0. Towards a sustainable, human-centric and resilient European industry, a introdurre il tema nell’agenda di policy europea. Provando a integrare il paradigma 4.0, centrato sulle tecnologie della comunicazione e dell’informazione, con i tre concetti chiave di sostenibilità, centralità della persona e resilienza.

Già declinati peraltro in molte politiche dell’Unione europea, dal Green Deal all’intelligenza artificiale antroprocentrica e più recentemente alle policy per aumentare la resilienza del sistema produttivo europeo, come il Chips Act, il Critical Raw Materials Acte il Net Zero Industry Act.

Se i primi due concetti erano già piuttosto consolidati nel framework legislativo europeo, il terzo lo è rapidamente diventato dopo il doppio shock del Covid e dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia.

Va però sottolineato che di Industria 5.0, a livello UE, parlano al momento soprattutto documenti e iniziative della direzione generale ricerca e innovazione della Commissione europea, alla quale si deve il paper del 2021 citato sopra e anche un più recente studio, pubblicato nel luglio 2023, su “Industry 5.0 and the Future of Work: making Europe the center of gravity for future good-quality jobs”.

E per ora una delle poche applicazioni concrete è il progetto Sure 5.0 (“Supporting the smes SUstainability and REsilience transitiontowards Industry 5.0 in the mobility, transport & automotive, aerospace and electronics European Ecosystems”), finanziato sempre dalla stessa direzione della Commissione europea nell’ambito del programma Horizon Europe.

Un progetto senz’altro interessante sulla carta perché prevede per le imprese partecipanti rapporti di valutazione, webinar, roadmapindividuali, servizi su misura, eventi di networking e apprendimento tra pari, oltre al supporto finanziario. Ma con impatto limitato a 1000 piccole e medie imprese per un costo complessivo di circa 5 milioni di euro in tre anni.

Italia apripista

Dunque, l’Italia sarebbe di fatto un apripista, almeno a livello europeo, nell’applicazione di un concetto certamente più multidimensionale e dunque complesso di Industria 4.0, che puntava “semplicemente” a rendere le imprese più efficienti ec ompetitive grazie all’uso massiccio di tecnologie digitali. Naturalmente questa non è di per sé una cattiva notizia, anzi potrebbe posizionare il nostro Paese e le sue imprese una volta tanto in un ruolo di leadership ma occorre esserne consapevoli e affrontarlo con la massima serietà. Tenendo conto di alcuni vincoli e della situazione di partenza.


Transizione 5.0 e PNRR

Con il Via libera dalla Commissione Europea il Piano Transizione 5.0 parte con una dotazione di 6,3 miliardi di euro per il biennio 2024-2025: risorse queste che si sommeranno a quelle già previste per il piano Transizione 4.0. Si tratterà quindi di due incentivi complementari: mentre il Transizione 4.0 continuerà a incentivare l’acquisto di beni 4.0, il piano Transizione 5.0 prevederà incentivi per quegli investimenti in beni e attività che generino risparmi energetici o apportino miglioramenti dell’efficienza energetica.

I 6,3 miliardi per il piano Transizione 5.0 fanno parte delle più ampie risorse che il piano RePower EU porterà all’interno del PNRR, che è stato a sua volta rivisto e ha ora un valore di 194,4 miliardi di euro.

Il documento di revisione del PNRR era stato presentato dal governo la scorsa estate e proponeva sia delle modifiche al piano nazionale di ripresa e resilienza – con la rimozione di alcuni interventi giudicati irrealizzabili e la riallocazione delle risorse relative – che del capitolo dedicato al REPowerEU, la strategia dell’UE per svincolarsi dalla dipendenza dal gas russo e accelerare la transizione energetica.



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